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SCULTORI AL MURO
Giuseppe Capitano, Vittorio Corsini, Hidetoshi Nagasawa, Nunzio e Pino Pascali

Sembra proprio che la scultura in questi ultimi decenni sia stata scacciata dal tempio. È dai tempi del ready-made e del dadaismo che l’oggetto reale le insidia lo statuto e lo spazio, le toglie ossigeno, aria…Cinque scultori, dunque, con cinque opere a parete. Pascali espone il “Serpente” del 1966, un’opera appartenente alla serie degli animali bianchi, eseguita con la tecnica della tela tesa su céntine di legno… Nunzio è presente con un gesso, “Demone” del 1985, inedito per quanto mi ricordi. È un lavoro dove Nunzio non teme di confrontarsi a viso aperto con la figura… L’opera di Nagasawa, “Pastorale” del 1974, è un bastone nodoso ricavato con un procedimento a togliere da un tronco di castagno… Questi i lavori storici presenti nella mostra. Di stretta attualità, appena concepiti, sono invece i lavori di Corsini e Capitano. Tutti e due introducono nell’opera un elemento di realtà, una sorta di ready-made che coincide con un capo di vestiario… Vittorio Corsini espone, dunque, una tunica bianca di semplice cotone, dal cui ventre rigonfio traspare, per un gioco interno di acqua e di luce, un barlume di vita, un’anima in fieri… Giuseppe Capitano la sua scultura l’ha chiamata “Malavita”. Da un paio di calzoni appesi al muro, bombati come fossero gonfi di vento, spunta in mezzo alle gambe una coda di canapa vagamente diabolica… Scultura, lingua morta? Ancora, secondo me, vende cara la pelle.

Fabio Sargentini

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