Pino Pascali, Il mare, 29 ottobre 1966, L’Attico di Piazza di Spagna © Archivio L’Attico

Siamo a settembre 1966, mi sono appena congedato dal servizio militare come tenente dell’aeronautica. Da quel momento sono più libero e posso muovermi per mostre anche fuori dalla mia città. In un viaggio al nord vedo a Torino la mostra delle Armi di Pascali nella Galleria Sperone. Che ci fanno dei cannoni in galleria?
Lì per lì sono scioccato. Ma la cosa mi lavora dentro.
Di ritorno a Roma cerco al telefono Pascali. Lui mi risponde di rimandare il nostro incontro di qualche giorno perché è caduto dalla motocicletta. Chi l’avrebbe detto che due anni dopo sarebbe morto proprio così?
Quando ci incontriamo non ci sono armi nello studio, bensì un mare di onde bianche di tela tesa su centine di legno.
Al centro del mare, al posto di un’onda, c’è lui, Pascali. Mi accorgo che è un performer nato.

Stupefacente come sia cambiata la sua tecnica rispetto alle armi. Ma la potenza dell’immagine è intatta. Subito gli propongo di lavorare insieme e di fare una mostra personale a L’Attico. Ed è questo mare che occupa tutto l0 spazio de L’Attico di Piazza di Spagna, la galleria che ho condiviso con mio padre, e che, per la prima volta, conduco da solo.

Oltre al mare ci sono una coda di delfino e una di balena che sporgono dal muro. Queste tre opere hanno un valore singolo, ma tutte insieme costituiscono un valore aggiunto, un’installazione ante litteram.
Lui la chiama “ingombro totale”. Questa concezione nuovissima dello spazio mi guiderà due anni dopo nella scelta rivoluzionaria del garage di via Beccaria.

Pino Pascali, Nuove Sculture, 1966 © Archivio L’Attico