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SIMONE FORTI
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Danze-costruzioni, prima europea

30 - 31ottobre 1968

Nella prima serata Simone Forti presenta quattro azioni, Piano inclinato (8’ - 1961) su cui gli attori si muovono scendendo e salendo per mezzo di funi fissate al piano, determinando libere figurazioni; Appesi (4’ - 1961) in cui attori e pubblico si dondolano appesi a corde che scendono dal soffitto; Canzone (1968), una sovrapposizione di due canzoni, una cantata dall'artista e una incisa su disco; Arrampicata (8’ -1961) in cui gli attori in mischia tentano di salire a turno uno sull'altro.

Nella seconda serata “Studio di musica elettronica viva”, Accompagnamento per 2 Sound di La Monte Young, Sleep walkers (1968), Bottom (20’) quattro “Slides” consecutivi e quattro “Sounds” eseguiti con tamburo, coro a tre voci, aspirapolvere a fischio. (Serata nello studio di registrazione del gruppo di Musica Elettronica Viva Zuppa)

 

Catalogo con un testo di Simone Forti:

un lavoro che consiste in uno svolgimento di azioni e che viene osservato da un pubblico.

C’era una collina coperta di edera, mi precipitavo giù a capriole.

Sull’isolotto di cemento stile iceberg, l’orso bianco passa le ore  dondolando la testa.

Il corpo umano come forma che è, che si muove

Ho studiato qualche anno con Ann Halprin. (1956 -1960?). per base avevamo l’intesa che la danza non è una forma che si impara. L’attitudine che mi ha dato è che il mio corpo è mio; mi muovo come voglio io. Come tecnica ci si proponeva di concentrarsi su di un’esplorazione libera dei movimenti e delle forme di cui il corpo, come materia, è capace. Su questioni di poetica c’era rapporto e scambio ma alla fine si sapeva che ognuno avrebbe seguito la sua direzione individuale. In genere si lavorava molto adoperando il flusso di coscienza, la forma risultava organicamente ma il senso della composizione veniva dalla tradizione del collage.

Arrivata a N.Y. (1960) non sapevo bene cosa volevo fare. Le classi di tecnica di ballo che seguivo mi offendevano proprio a livello fisico. Gira e rigira, tutti volevano che tenessi la schiena tesa, la panccia in dentro, e che torcessi la gambe lateralmente come una ballerina. Mentre io avevo voglia di muovermi, di muovermi in rapporto con un paesaggio, avevo voglia di arrampicarmi su per una montagna. Finalmente trovai una classe di composizione tenuta da Bob Dunn. Mi introdusse alle composizioni di John Cage sottolineando il fatto che erano pezzi con metodo molto esatto. Noi studenti presentavamo i nostri pezzi e discutevamo insieme i nostri vari metodi di concepire, di lavorare. Sembrava che in fondo, il nucleo della poetica, della comunicazione, restava nel metodo di lavorare. E sembrava anche che qualsiasi metodo era buono, ma che era importante che uno si rendesse conto di come lavorava e fosse chiaro nelle sue idee.

Io stavo reagendo contro il mio vecchio metodo del flusso di coscienza. Nel mio diario scrivevocose simili: preferisco vedere un elemento singolo piuttosto che vari elementi in composizione. Sono stanca di scegliere movimenti con criterio estetico, sono stanca di muovermi coll’impianto come base di supporto. Sono stanca di comporre. Intanto sentivo la musica di La Monte Young. Suoni ricchissimi ma unici e di lunga durata. Partecipai ad un happening di Bob Whitman “The american Moon”. Ci si arrampicava su per scale, sulla scena, si tirava corde, si facevano muovere costruzioni. Eppure il nostro movimento faceva parte dell’insieme. A quel punto feci le danze-costruzioni.

Recentemente ho avuto la voglia di vedere colore, di sentire suono feci “Bottom”.

“Sleep walkers” e un ritorno alla sensibilità che sfruttavo quando studiavo con Ann Helprin. Cioè dell’immersione nel senso cinestetico. Un ritorno al movimento come mezzo d’incanto, stile capriole giù per la collina, stile orso bianco. Infatti ebbi ispirazione per questo ultimo pezzo passando vari pomeriggi al giardino zoologico qui a Roma.

 

 

 

l'attico